Lingua Italiana

The Italian Story of Inside the Heart of Wolf Advocacy, ovvero La Storia Italiana di “Nel Cuore di Chi Ha a Cuore i Lupi” è una pagina nata per presentare il progetto di Rachel Tilseth, ambientalista, artista e scrittrice, nonché fondatrice del blog http://wolvesofdouglascountywisconsin.com . Rachel da anni è impegnata attivamente nella difesa e conservazione del lupo grigio nel suo Stato e, a tal fine, ha organizzato eventi, proiezioni e un film festival dedicato ai lupi. Attualmente si sta occupando anche della produzione e della regia del documentario intitolato “Inside the Heart of Wolf Advocacy: The Yellowstone Story” dove le persone che lavorano nel e per il Parco di Yellowstone, occupandosi specificatamente di lupi, raccontano la loro storia e le motivazioni profonde che le hanno spinte ad appassionarsi a questi animali così affascinanti e preziosi per l’ecosistema. Da qui l’idea di realizzare successivamente un progetto simile, dedicato alle varie figure di studiosi e appassionati di lupi in Italia, anche grazie all’amicizia e all’empatia che ci lega da alcuni anni, nonostante le distanze. Questa pagina è gestita da Rachel Tiselth, da Antonio Iannibelli e da Brunella Pernigotti. Questi ultimi si occupano di inserire, organizzare e moderare i contenuti italiani che verranno via via pubblicati, in preparazione delle riprese del film che inizieranno in Italia nel 2021.

Brunella Pernigotti, oltre ad essere insegnante, traduttrice e scrittrice, è un’appassionata di lupi e della natura in generale. Da autodidatta tramite lo studio e l’approfondimento della conoscenza, si dedica alla protezione dell’ambiente e delle specie a rischio di estinzione, condividendo i principi fondamentali promossi dai più grandi ambientalisti e ricercatori, cioè la conservazione compassionevole e l’astensione da ogni violenza verbale e fisica contro uomini e animali.

Antonio Iannibelli fotografo naturalista, wolf blogger e scrittore di natura. Ha fondato l’Associazione culturale Provediemozioni.it che si occupa di fotografia ed educazione ambientale. Ideatore della Festa del lupo e del portale di ricerca naturalistica http://www.italianwildwolf.it, incentrati sul lupo selvatico italiano (Canis lupus italicus). Antonio è un naturalista che ha studiato sul campo, da tanti anni osserva e documenta la presenza del lupo in Italia. Ama far conoscere l’importanza del RUOLO NATURALE, convinto che solo la conoscenza autentica del predatore possa salvarlo.

Per informazioni e per richiedere il suo libro “Un cuore tra i lupi” (distribuito gratuitamente) scrivi a: fotografo.iannibelli@gmail.com

Altre info nel suo blog: http://antonioiannibelli.it/

Traduzione Intervista a Matteo Serafini

Innanzitutto grazie Matteo per aver accettato questa intervista dove cercheremo di tracciare un breve ritratto dei nostri lupi a beneficio di un pubblico abituato a conoscere realtà piuttosto differenti da quelle italiane ed europee, anche se in fondo i problemi di gestione e convivenza con questa specie a rischio di estinzione si equivalgono, a causa degli atavici pregiudizi e della visione che gli uomini hanno da sempre del lupo come di un competitore nella caccia e di un pericolo per chi alleva animali.

DOMANDE

– Vorresti per cortesia raccontarci brevemente qualcosa di te, il tuo percorso biografico e di studi che ti hanno portato ad occuparti di lupi?

– Ho cominciato a occuparmi della specie nell’estate del 2009 come studente in tesi di laurea magistrale in Scienze della Natura presso l’Università degli Studi di Pavia. Nei due anni di tirocinio che seguirono mi occupai di valutare l’impatto del predatore sulle attività zootecniche in Regione Liguria, dove, già dal 2007, si monitorava la specie. Nel 2012 vinsi un incarico di ricerca triennale presso il Parco Naturale Regionale dell’Antola (Ge), capofila del progetto regionale “Il Lupo in Liguria”, dedicandomi al lavoro di campo (raccolta dati), alla verifica delle presunte predazioni sul patrimonio zootecnico e ad attività divulgative. Con la fine del progetto regionale, nel 2015, non ebbi più modo di lavorare attivamente sulla specie. Da allora ho continuato a collaborare con diversi Atenei (Pavia, Torino, Pisa) supportando gli studenti in tesi di laurea, intenzionati a studiare la specie, nella raccolta e analisi dei dati. Continuo tutt’ora a svolgere attività di divulgazione sia presso qualunque soggetto ne faccia richiesta (Pubbliche Amministrazioni, Scuole o privati) sia individualmente come Guida Ambientale Escursionistica.

– C’è stato e quale è stato il motivo profondo che ti ha spinto a interessarti della gestione e conservazione del lupo in Italia?

– Onestamente non scelsi io di lavorare sul lupo… fu un caso, anche se in qualche modo ebbi una specie di epifania: da studente una notte feci un sogno in cui ero inseguito da un orso e l’indomani andai subito dal Professor Alberto Meriggi (che allora come oggi tiene il corso di Gestione e Conservazione della fauna a Pavia) e gli dissi che volevo lavorare sui grandi carnivori. Ai tempi era il responsabile scientifico del progetto sul lupo in Liguria e così mi mandò nel Ponente ligure per svolgere l’internato di tesi. Da lì iniziò tutto…

– Secondo te, Il lupo italiano (Canis lupus italicus) è particolarmente prezioso per la biodiversità? Quali problemi a livello nazionale si presentano se si vuole preservarne la purezza, contro il rischio di ibridazione?

– Sotto il profilo ecologico il lupo, come ogni altra specie, influenza i componenti e i processi dell’ecosistema di cui fa parte, provocando una serie di effetti a cascata. In generale i grandi predatori occupando l’apice della catena alimentare, effettuano direttamente un controllo demografico sulle specie preda, riducendone la numerosità, influenzandone la struttura (es. le classi d’età) o la qualità (es. eliminando gli individui più deboli o malati), e indirettamente modificandone il comportamento (es. le aree occupate o ritmi attività). Tutto ciò ha effetto su anche i livelli trofici inferiori ovvero sulle risorse che le potenziali prede andranno a sfruttare, contribuendo, perciò, a mantenere indirettamente la struttura delle comunità vegetali presenti sul territorio. I grandi carnivori influenzano anche la presenza di altri carnivori di piccola e media mole che vivendo a densità maggiori possono avere un effetto negativo sulla fauna più piccola (es. micromammiferi, avifauna etc..). Risulta evidente come questo effetto top-down rivesta una grande importanza per mantenere buoni livelli di biodiversità. Sotto un profilo più gestionale, invece, valutare e conservare gli habitat per specie vulnerabili o in pericolo, come il lupo, è importante per una corretta gestione del territorio. Necessitando di ampi territori relativamente non perturbati dall’uomo, tutelando il lupo si tutelano anche gli habitat e le specie che vivono all’interno del territorio (in tal senso si può parlare di specie “ombrello”), contribuendo anche in questo modo a preservare o incentivare la biodiversità. In ultimo il lupo è anche una risorsa economica, come specie carismatica e totemica contribuisce a generare attrattività per il territorio portando benessere e risorse in quelle aree dove l’abbandono dell’uomo ha portato disagi e perdita di biodiversità (es. sottoutilizzando le aree aperte come prati e pascoli si favorisce “l’avanzata” del bosco, con conseguente perdita di biodiversità in termini di specie floristiche e invertebrati).

L’ibridazione con il cane domestico è un fenomeno molto complesso e di difficile risoluzione. Se da un lato è molto semplice “inquinare” il pool genetico di una popolazione, poiché basta un singolo evento di riproduzione, dall’altro è impossibile eliminare del tutto la componente introgressa. A complicare le cose c’è anche il fatto che a livello normativo è poco chiaro cosa sia un ibrido: fino a che generazione siamo disposti a considerare un ibrido tale e come debba essere trattato (anche perché il fenomeno è stato considerato solo molto recentemente). Individuare gli eventuali ibridi e captivarli oppure sterilizzarli e rilasciarli in natura sono metodi efficaci ma palliativi, mentre invece intervenire alla fonte, ovvero sul randagismo e vagantismo canino (legge quadro 281 del’91) si è dimostrato, a oggi, del tutto inefficiente. A ciò va aggiunta anche la profonda sensibilità animalista che alberga nel nostro paese e con la quale il mondo scientifico entra spesso in contrasto. Basti pensare alle difficoltà di far accettare l’eradicazione di alcune specie aliene invasive, come la nutria o lo scoiattolo grigio. Infine va tenuto conto che finché il lupo continuerà ad avere un trend positivo in Italia e in Europa le probabilità di incontro lupo-cane aumenteranno.

– Ed ora veniamo alla Regione Liguria. Sappiamo che l’Italia è morfologicamente molto differente, perché presenta due catene di monti, gli Appennini che la attraversano longitudinalmente da sud a nord, e le Alpi che la circondano a nord. La Liguria è in una posizione strategica: potresti spiegarci quale ruolo geografico e logistico ha avuto e ha tuttora nella fase di dispersione ed espansione del lupo appenninico verso le Alpi?

– Le montagne rappresentano da sempre un importante corridoio ecologico per tutti quegli organismi in grado di spostarsi autonomamente; aree continue, ricche di risorse e copertura e con un basso disturbo antropico. Non è sempre stato così ovviamente: il progressivo inurbamento e abbandono delle aree montane da parte dell’uomo, cominciato dal secondo dopoguerra, ha permesso una rapida rinaturalizzazione del territorio con la formazione di nuove aree forestali e il ritorno della fauna tipica (azioni incentivate anche dall’uomo con rimboschimenti e immissioni faunistiche a scopo economico). A ciò va aggiunto il ruolo delle aree protette che proprio in quelle zone spopolate montane hanno trovato modo di costituirsi. La Liguria, a cavallo tra le due più importanti catene montuose del nostro paese, rappresenta un corridoio ecologico molto importante. Questo territorio, prettamente montano e boscato con la popolazione umana concentrata sulla costa, ha giocato un ruolo primario nello spostamento di specie animali e vegetali tra l’Appennino, le Alpi e i rilievi provenzali, in entrambi i sensi di marcia. Numerosi casi di lupi radiocollarati (il più noto è il caso del lupo M15, “Ligabue” che fu seguito da Parma fino a Cuneo, percorrendo più di 1000 km) o campionati geneticamente, hanno dimostrato come il processo di espansione della specie verso l’arco alpino sia passato attraverso le montagne liguri; in alcuni casi spostandosi a nord dalla provincia di Genova verso Alessandria, Piacenza o Pavia oppure proseguendo verso ovest fino a Imperia e Cuneo.

– In Italia i lupi sono particolarmente osteggiati dagli allevatori, più che dai cacciatori sportivi. Nella tua attività di studio e ricerca sul campo, hai avuto modo di confrontarti con allevatori che si sono dimostrati favorevoli alla presenza del lupo nella loro area? In caso contrario, che cosa lamentano soprattutto?

– Certamente, mi sono occupato molto del rapporto lupo-zootecnia durante gli anni di progetto confrontandomi con allevatori e associazioni di categoria. Non ho mai trovato nessuno particolarmente favorevole alla presenza del predatore, tuttavia alcuni imprenditori si sono dimostrati virtuosi e, piuttosto che lamentarsi, si sono rimboccati le maniche, hanno ascoltato e seguito le proposte e consigli dei tecnici e benché non abbiano potuto azzerare il danno economico, l’hanno reso accettabile trovando una quadra per una coesistenza. Da quello che ho potuto capire lavorando sul tema, il lupo in senso stretto è l’ultimo dei problemi dell’allevatore. Ci sono numerose problematiche di diverso genere che passano dalla convenienza economica nel fare l’allevatore alla gestione dei danni che innegabilmente portano a una situazione molto difficile e tesa per questi imprenditori. Fare l’allevatore (o meglio il pastore) è un lavoro duro e faticoso, molto spesso svolto in aree con scarsi servizi (come strade, punti acqua, luce etc..) mentre le spese di gestione sono altissime (ricoveri, laboratori di trasformazione, foraggio, affitto pascolo, spese veterinarie etc..) e la rendita è influenzata da numerosi fattori (condizioni ambientali e climatiche nella stagione, prezzo di latte e carne, malattie etc..). Probabilmente senza alcun tipo di contributo economico UE, statale o regionale nessun allevatore che pratica ancora il pascolo estensivo sopravvivrebbe. A ciò va aggiunto che di fronte a un presunto evento predatorio si innesca un processo lungo e difficile per chiedere e (nel caso) ottenere un rimborso: 1) occorre trovare il capo morto entro 48h (cosa non sempre facile data la morfologia del territorio le condizioni climatiche e il numero di uomini al pascolo) al fine di poter effettuare una attenta necroscopia e certificare che l’animale sia morto perché predato (più tempo passa più la carcassa si decompone o altri animali possono effettuare un consumo post-mortem) 2) se trovata la carcassa in tempo e determinato che è stata uccisa va chiarito il predatore (cane? lupo? altro?) perché in base a ciò ci sono normative e iter diversi da seguire per chiedere rimborso. Non è semplice chiarire il dubbio (in alcuni casi è possibile fare esame DNA sulle tracce dei morsi; ma chi lo paga?). 3) definite cause e predatore occorre predisporre il verbale di richiesta danni e inviarlo, ma quanto vale il danno? Specie, età, sesso e attitudine dell’animale contribuiscono a determinarne il valore e i danni indiretti, come la perdita di produzione o lo shock per il resto della mandria/gregge non sono considerati. 4) le spese di smaltimento della carcassa sono a carico del proprietario che comunque dovrà denunciare la morte dell’animale alle autorità competenti al fine di scaricare il capo fiscalmente.

Quindi l’allevatore ha dovuto: contattare ASL, Carabinieri Forestali o funzionari specializzati, scaricare, compilare e inviare i moduli, rimuovere la carcassa e aspettare l’esito della richiesta. Questo iter molto spesso scoraggia gli allevatori dal denunciare il danno, ma senza denuncia la Pubblica Amministrazione non può stimare il danno complessivo sul territorio e quindi predisporre risorse per eventuali interventi di mitigazione. Si entra quindi in un loop da cui è difficile uscire.

– Veniamo ai numeri: all’incirca quanti branchi si stima siano stanziali e riproduttivi attualmente nel territorio ligure? Più o meno, quante perdite ci sono all’anno, calcolando fenomeni di bracconaggio e morti per motivi antropici?

– Non è possibile fornire dati recenti, in quanto è dal 2015 che in Liguria non esiste più un monitoraggio a scala regionale. Nell’ultimo report consegnato alla Regione erano stati stimati con sicurezza sei branchi riproduttivi sul territorio con una popolazione di circa 28-35 individui stabili. Tuttavia questi numeri non rappresentano la totalità degli esemplari che gravitano sul territorio. Altrettanti altri branchi sono presenti lungo le aree di contatto tra Liguria, Francia, Piemonte, Emilia Romagna e Toscana, i cui individui si spostano a cavallo tra le regioni e i confini di Stato. Complessivamente dal 2008 al 2014 sono stati rilevati 21 lupi morti. La principale cause di morte dei lupi in Liguria è risultata il bracconaggio (57%; con armi da fuoco o avvelenamento), seguita da incidenti stradali (14%) e in minor parte da malattie (9%); nel 20 % dei casi non è stato possibile risalire alla causa di morte.

– Poiché ogni Regione italiana ha approcci politici differenti, quali provvedimenti ha preso l’Amministrazione pubblica ligure, in particolare, per mitigare i conflitti con gli allevatori e cercare di favorire localmente una convivenza equilibrata con questo predatore?

– La Regione Liguria intraprese diverse azioni a riguardo; migliorando l’iter procedurale di Denuncia-Verifica-Rimborso del danno e offrendo sostegno agli allevatori con la sperimentazione di metodi di prevenzione. Grazie a specifici accordi tra Regione, Province, ASL, ex-Corpo Forestale e Università fu organizzato un protocollo per l’accertamento del danno che vedeva la formazione di una task force che effettuava il sopralluogo, raccoglieva i dati e redigeva i verbali di rimborsi e certificati di morte, riducendo al minimo il tempo e le spese per l’allevatore che poteva denunciare il danno a qualunque soggetto (uffici regionali o provinciali, forestali, ASL o al all’Ente Parco). Con i dati acquisiti delle predazioni è stato possibile mettere a punto un modello probabilistico del rischio di predazione utilizzato per classificare le imprese più vulnerabili e quindi intervenire con la sperimentazione di sistemi preventivi. Principalmente furono utilizzati due metodi: recinzioni elettrificate per la creazione di recinzioni per il ricovero notturno dei capi e l’installazione di dissuasori acustici. Furono sperimentate anche soluzioni miste tra i due metodi. I risultati dimostrarono che laddove l’installazione dei sistemi avveniva secondo le precise indicazioni del tecnico, il danno diminuiva. Molti allevatori visti i risultati investirono risorse personali per comprare nuovi materiali. Grazie allo studio sul rischio di predazione è stato possibile valutare altre variabili di tipo gestionale che influenzavano il danno (gestione dei parti, periodi di sensibilità, modalità di pascolo) e quindi suggerire altre soluzioni per limitare il danno. La maggior parte degli allevatori non aveva intenzione di cambiare i propri metodi, ma fece almeno un tentativo. Non sperimentammo mai i cani da guardia del bestiame reputando che tale risorsa, molto efficace e utile soprattutto in Abruzzo dove il lupo non si è mai estinto, fosse difficile da applicare in un territorio dove mancava la tradizione del cane da pastore. Gestire, educare e lavorare con il cane non è semplice e non potevamo rischiare di affidare dei cani a persone che non avrebbero avuto modo e tempo per educarli correttamente e che, anzi, avrebbero potuto creare problemi soprattutto con i numerosi escursionisti e ciclisti che transitano per le nostre montagne.

Concludendo, azzerare il danno risulta quasi impossibile laddove sia presente il predatore (un elettrificatore che non funziona, un filo mal messo o troppo basso, un temporale, la nebbia frequente in agosto etc..), ma rendere accettabile il rischio d’impresa, garantendo supporto alle aziende e un rimborso equo, è fattibile e auspicabile.

– Che cosa possiamo augurarci, realisticamente parlando, riguardo allo sviluppo futuro di una politica di gestione dei lupi in Italia?

– Parlando in termini tecnici la gestione del lupo non è auspicabile, in quanto col termine gestione si intende un diretto intervento sulla popolazione, come avviene per molte altre specie come il cinghiale o il capriolo. Tutti i grandi carnivori in Europa (lupo, orso, lince e ghiottone) sono minacciati e come tali ogni sforzo deve essere teso alla conservazione e non alla gestione. Invece è importante gestire a livello nazionale i danni e il monitoraggio. Non è possibile che in ogni zona d’Italia ci siano diversi metodi per l’indennizzo dei danni e approcci per il monitoraggio.

– Riguardo alla tua esperienza personale, che cosa ti ha colpito di più durante le tue ricerche per monitorare i lupi? Ci sono degli episodi o incontri ravvicinati con dei lupi che ti sono particolarmente cari o che ti sono rimasti maggiormente impressi?

– Sfortunatamente in tutti gli anni in cui ho lavorato in Liguria ho avuto modo di vedere solo lupi morti, malgrado tantissimi km percorsi a piedi. Significative sono state le esperienze di wolf-howling in cui mi è capitato di sentire molto da vicino sia gli adulti sia i piccoli. Ricordo ogni volta un brivido lungo schiena e una sensazione di gioia e commozione. Forse quelle nottate in giro per le montagne sono state la parte più emozionante e gratificante di tutto il lavoro di campo.

– Siamo arrivati alla fine: hai altre cose che vorresti dire? Dal canto mio, citando il documentario “Medicine of the wolf” di Julia Huffman, titolo che si rifà al mito dei nativi del Minnesota per cui i lupi sono animali totemici e rappresentano la medicina del mondo, ti domando: c’è qualche cosa che il lupo ti ha insegnato? Puoi dire anche tu che è una medicina per te?

– Direi che oggi non sarei la persona che sono se non avessi cominciato a lavorare su questo animale. ho lasciato il mio paese natale a sud di Milano, sette anni fa, per trasferirmi in Liguria e seguire più da vicino il progetto, imparando a conoscere un territorio per me nuovo e meraviglioso che oggi, indipendentemente dalla ricerca, mi spiacerebbe moltissimo abbandonare. Mi sono appassionato alla montagna come non mai, riuscendo a leggere ogni sfumatura della natura e cominciando a interessarmi a tantissime altre attività. Non ultimo, ho conosciuto la persona con cui condivido tutto questo dal 2012 e senza la quale non sarei riuscito ad arrivare dove sono. Indubbiamente la mia vita sarebbe molto diversa se non avessi intrapreso la via del lupo.

Canis lupus italicus